Sintesi del terzo incontro della Scuola Genitori - Aiutami a crescere


Per distinguere tra essenziale e superfluo per crescere, la Dr.ssa Passerini inizia utilizzando la metafora dell’immagine dell’elefante secondo una storia indiana: “Un principe straniero arriva da un paese lontano in groppa ad un elefante in un villaggio in cui gli abitanti non sanno cosa sia un elefante e sono non vedenti; tutti iniziano a toccare l’elefante per capire di cosa si tratti e ciascuno percepisce un’immagine diversa, ad esempio, una corda toccando la coda, un muro nel toccare la pancia, un ventaglio vicino all’orecchio, una lancia vicino alla zanna. Ognuno pensa di avere ragione ed inizia a litigare con gli altri, ognuno, in realtà, ha un punto di vista ed un’esperienza semplicemente diversi ed insostituibili tutti hanno ragione, l’importante è saper mettere la propria verità insieme alle informazioni che ci arrivano dagli altri. Per trovare l’essenziale, bisogna fare l’operazione complessa di capire il proprio punto di vista, di saperlo esprimere e confrontare con quello degli altri.

Educare serve ad insegnare ad usare l’autonomia ed a dargli un orientamento, serve ad essere in cammino come se ci fosse un filo rosso da seguire. Per arrivare all’essenziale il filo rosso che la dr.ssa Passerini propone è il tema delle regole. La finalità è costruire la fiducia dell’essere genitori e trovare “il bandolo della matassa” per aiutare il bambino a diventare adulto.

Per fare questo è necessario in primo luogo costruire una consapevolezza di come noi e gli altri intendiamo le regole. Educare bene significa avere fiducia nel fatto che ciascuno può essere un buon genitore, senza perfezionismo, imparando anche dalle difficoltà. Padre e madre, insieme agli altri adulti, possono permettere a ogni figlio e figlia di diventare l’adulto che sta cercando di diventare, di sviluppare le proprie potenzialità.

Le regole piacciono ai bambini? La risposta è che dipende: se le regole vincolano ed impediscono non piacciono, così come le regole improprie possono anche essere dannose (come il divieto del pisolino ad un bimbo di 3 anni, far stare seduto un bimbo di 6 per tante ore consecutive).

Le regole non sono positive o negative, ma sono il modo (col set di regole che scegliamo) di organizzarci per un percorso di educazione all’autonomia dei nostri figli, ovvero sono il fondamento di ciò che è possibile, quindi, non dovrebbero essere opprimenti cosa che, invece, induce alla trasgressione.

Dal punto di vista educativo le regole funzionano in quanto danno regolarità, ripetitività, ritmo alla giornata, ritualità, i comandi invece no (ad esempio, il comando “lavati i denti”, senza un accompagnamento alla ritualità non funziona).

Non bisogna preoccuparsi di trovare la punizione in caso di trasgressione delle regole ma, bisogna concentrarsi sulla ricerca del bandolo della matassa, cioè delle regole educative che tutelino sempre la dignità dei bambini. La dr.ssa Passerini ci ricorda che le regole, per essere ben comprese e diventare oggettive, devono essere chiare ed esplicitate bene, condivise tra padre e madre, adeguate alla fase evolutiva, contestualizzate/collegate all’autonomia cioè al contesto in cui vivono i nostri figli, coese, valide anche per gli adulti che le danno: per i più piccoli c’è il divieto oggettivo che ne limita lo spazio a beneficio della sua sicurezza, per i più grandi c’è la regola dell’ordine (ad esempio, per disegnare si mette una tovaglia e sopra un foglio, non si disegna ovunque): il senso è dare regole di sicurezza e regole informative sempre più articolate al crescere dell’età.

La regola è uno spazio di libertà in cui si decide in che modo bisogna comportarsi rispetto a determinate situazioni.

Non confondiamo regole e comandi (passare dalla logica del comando a quella delle regole significa stabilire un’oggettività), appropriamoci del ruolo regolativo/educativo e riconosciamo l’educazione all’obbedienza che è cosa diversa dall’educazione all’autonomia che invece scegliamo. Educare non è punire, ricerchiamo la legalità nell’educazione alleandoci con le istituzioni (scuole).

CiLa dr.ssa segnala il rischio sottostante l’educazione al consumo attraverso comportamenti ed abitudini improprie quando, ad esempio, si dà un certo bene (videogioco, telefonino…) come premio e lo si toglie come punizione (meccanismo della carota e bastone). Quel bene in realtà, a seconda dell’età, è uno strumento utile da usare in modo attivo e non passivo.

Si può educare al consumo creando consapevolezza, facendo capire esplicitamente che c’è un sistema di marketing che, secondo l’espressione “tempo del cervello disponibile” del telespettatore ha lo scopo di produrre attenzione per indurre al consumo.

Bisogna lavorare giocando in anticipo, creando abitudini solide e coerenti con l’età (il tablet non è uno strumento utile per un bambino di 3 anni, non può sostituirsi al giocare con la terra e le foglie), bisogna parlare apertamente delle cose, essere “maestri muti” (non è utile dire che non si dipinge sui muri, ma è utile predisporre lo spazio giusto in cui farlo), ricordandoci che la prescrizione deve essere sempre possibile (non litigare è impossibile, vietare gli schermi è possibile).

Educare all’obbedienza, nell’interpretazione del nostro tempo, è educare all’autonomia da intendersi come desiderio di libertà responsabile per permetterci di difenderci dal superfluo: i bambini nascono impotenti e dipendono da noi che scegliamo come organizzare la loro dipendenza; non vogliamo quindi noi educare all’obbedienza senza apprendimento e non vogliamo che neanche altri possano farlo con i nostri figli. L’apprendimento produce autonomia, ad esempio lo si struttura costruendo consapevolezza: si fa così per…; se….allora….

Il comando e le punizioni sono conformi ad una società autoritaria, pre-costituzionale, che mira a creare obbedienza. La regola, invece, riconosce l’altro, riduce l’imprevedibilità, crea fiducia, affidabilità dei ruoli e del loro potere, fino a consentire il conflitto senza violenza, cioè la democrazia, che non è dominio della maggioranza ma al contrario, riconoscimento della pari dignità di tutti, lattanti inclusi.

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