Sintesi del secondo incontro della Scuola Genitori - L'equivoco del dialogo con i figli

Aggiornato il: 9 apr 2019


L’equivoco, che dà il titolo all’incontro, spiega subito Paolo Ragusa, è dato dalla differenza tra ciò che serve ai nostri figli, e nello specifico ai nostri ragazzi/e per accedere all’adolescenza,e quello che noi genitori in realtà facciamo.

Tale equivoco consiste nell’andare in una direzione “eccentrica” mettendo in atto non ciò che serve ai nostri figli, ma ciò che serve a noi: ad esempio, dialogare con i figli, fare domande invasive, pretendere che loro ci dicano tutto di quello che fanno e che pensano non serve a loro, che se ne guardano bene, ma è una nostra esigenza, mentre per loro non è utile in termini evolutivi.

Il primissimo equivoco si origina dalla differenza tra ascolto e comunicazione conflittuale.

In questi anni l’ascolto “va per la maggiore”, sembra essere la panacea di tutti i mali. Ma cosa vuol dire ascoltare? Ascoltare in adolescenza vuol dire anche permettere loro di tenere una parte di segreto, non devono dirci tutto. L’ascolto è, in realtà, un nostro tentativo di mantenere la relazione, di mantenere il più possibile una sensazione generale di piacevolezza: bisogna accettare il fatto che comunicare con un adolescente, molto spesso, non è un’esperienza piacevole.

Questo accade perché gli adolescenti hanno una sovra disponibilità biologica che li porta a comunicare fuori dai confini del raziocinio: questa disponibilità biologica va sfruttata e ascoltata, non nel senso dell’ascolto tradizionale, ma attraverso lo sviluppo di unatipologia di comunicazione detta“comunicazione conflittuale”. Comunicazione conflittuale non è “farsi la guerra” o mettersi al riparo dalle loro offese (per questo basta una regola: parliamo quando avrai smesso di offendere o parliamo quando ci saranno le condizioni per poterti ascoltare).Nella comunicazione conflittuale il tratto della divergenza non solo è possibile, ma è necessario. Gli adolescenti hanno “il cervello collegato con la pancia” e questo rende necessaria una comunicazione che legittimi la divergenza, il conflitto, la tensione, la distanza, la separazione. Se noi vogliamo appianare tutte queste situazioni sbagliamo di grosso (ecco l’equivoco).

La figura che incarna questa conflittualità e che, di conseguenza, assume un ruolo fondamentale in questa fase, è il padre. Il padre rappresenta simbolicamente la distanza, la separazione, l’allontanamento dalla fusione e dall’invischiamento materno.

Ragusa precisa che, in generale, parlerà di adolescenza, anche se per la preadolescenza vale lo stesso discorso, con la differenza che nel preadolescente queste caratteristiche non sono così marcate e definite perché si tratta di una fase di passaggio,anche se le caratteristiche generali già si stanno sviluppando.

Dal punto di vista evolutivo, l’adolescenza si chiude a 25 anni, per cui esiste un periodo di post-adolescenza, dai 18ai 24 anni in cui, pur essendo in parte autonomi (si va a vivere da soli, si va a studiare all’estero, ecc…), gli adolescenti si riferiscono, comunque, agli adulti ed hanno bisogno di loro.

Quello che caratterizza la nostra generazione come genitori, spiega poi Ragusa, è un grande aumento dell’interesse nei confronti dei nostri figli rispetto a quello che avevano verso di noi i nostri genitori. A volte è un interesse anche eccessivo e questo nostro interesse va organizzato. Infatti, se ci relazioniamo ad un adolescente come se fosse un bambino sbagliamo in partenza, ad esempio,quando pretendiamo che ci ascoltino con attenzione e che ci guardino mentre gli parliamo. L’adolescente, per sua natura, “guarda da un’altra parte” (sia a livello simbolico che materiale), questo è normale, quello che dobbiamo fare è continuare a dargli indicazioni e regole, senza pretendere cose irrealistiche per quella fase di vita. L’importante è che vi riconosca, ascolti le vostre indicazioni ed in qualche modo ne tenga conto (orario di rientro per esempio).

Un elemento fondamentale che fa la differenza all’interno della famiglia è la coesione che non vuol dire, precisa Ragusa,essere d’accordo su tutto,pensarla sempre allo stesso modo o avere gli stessi obiettivi rispetto al figlio, ma “riferirsi l’uno all’altra”, scambiarsi le opinioni, parlarsi e trovare un accordo anche dove non si è d’accordo. Laddove non è possibile trovare una soluzione o un accordo immediato può essere utile lasciare cose in sospeso (nel senso di “ne riparliamo”): non si può sempre definire tutto.

Statisticamente si registra un picco nelle separazioni intorno al 17° anno del figlio. Questo può accadere se non si è fatta una buona manutenzione della coppia poiché l’adolescente, per sua natura, scardina, mette i genitori l’uno contro l’altro, si allea per trarne un vantaggio. Bisogna fare molta attenzione, aver lavorato bene prima sulla coesione di coppia. Questo vale anche per chi è separato o laddove ci siano dei problemi nella coppia, è importante non farsi “agganciare”, non permettere che i figli utilizzino il nostro conflitto che va risolto solo tra adulti. Non bisogna dimenticare le proprie responsabilità e restare coesi in quanto genitori. Per esempio, spiega Ragusa, di fronte a frasi del tipo “voi due litigate sempre”, bisogna evitare di entrare nella dinamica, non giustificarsi o sentirsi in colpa, ma riportarli al fatto che in quel momento non si sta litigando e che, comunque, non si parla di noi ma di loro, riportare su di loro il focus e fargli capire che in ogni caso voi due siete una squadra, in quanto genitori.

Rimandare il più possibile al padre, non per scaricargli la responsabilità, ma per dargli idea della vostra coesione.

Un altro concetto chiave introdotto da Ragusa è il “saperci fare” come misura della efficacia della relazione comunicativa/ educativa con l’adolescente.

Saperci fare non equivale ad essere perfetto o essere esattamente quello che si dice (essere perfettamente ordinati per chiedere loro ordine), ma vuol dire essere in grado di capire cosa serve a loro in un determinato momento e darglielo o chiedergli di farlo. Questo è difficile da apprendere nei corsi, ognuno di noi deve metterci qualcosa di proprio. Ognuno di noi deve capire qual è il proprio “saperci fare unico”.

Nell’infanzia i bambini si modellano sui genitori e sugli adulti in generale, poiché sono prevalentemente in una struttura di dipendenza che gli serve poi per costruire la separazione che avverrà in preadolescenza e in adolescenza. In questa fase i ragazzi e le ragazze cercano di allontanarsi dai genitori e dagli altri adulti. Di questo passaggio dobbiamo essere pienamente consapevoli per capire come comportarsi con loro e per non accampare pretese irrealistiche. Esiste per esempio una tendenza a toni esagerati, agli insulti, e questo va certamente regolato (ad es. “finchè mi insulti non possiamo parlare”), ma tenendo conto che il tutto rimanda ad una tendenza evolutiva ed alla loro grande“disponibilità biologica.

Caratteristiche dell’adolescenza

Ricerca della novità: gli adolescenti sono in perenne carenza di dopamina, sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli, di novità, per una questione biochimica. Sono sempre connessi e alla ricerca (su internet) perché cercano di soddisfare questo loro bisogno: il loro comportamento ha una base biochimica. Questo,però,può comportare dei rischi, perché, ad esempio,potrebbero decidere di provare tutto, di fare ogni tipo di esperienza, come l’uso di sostanze. Se ben indirizzata, la ricerca della novità può diventare una componente progettuale. Come genitori dovremmo aiutarli a cercare le cose che gli interessano e che non siano, anche a lungo termine, nocive. Spesso in questa fase hanno delle fissazioni, delle forme ossessive, la musica, ad esempio, o uno sport. Questo è normale, non bisogna impedirlo, ma vanno aiutati a differenziare, ad integrare altre esperienze affinché certe “passioni” diventino un progetto e non un rischio.

Coinvolgimento sociale: intensificano le relazioni sociali con i coetanei.

In adolescenza il progressivo allontanamento dagli adulti sposta il punto di riferimento sui coetanei e questo è normale e sano. In realtà i dati sul tempo che gli adolescenti, in varie fasce d’età, trascorrono con gli amici, ci dicono che dal 1974 al 2014 c’è una parabola discendente molto preoccupante e questo vale sia per le relazioni di amicizia che per le relazioni amorose. Questo vuol dire che dedicano sempre meno tempo alla costruzione della base della socialità e, quindi, ad una importantissima forma di alfabetizzazione sociale.

In questo caso il tipo di resistenza richiesto al genitore è fare resistenza al fatto che si isolino piuttosto che al fatto che stiano in giro, la socialità va favorita perché attiva una serie di aspetti multisensoriali che nessuna esperienza virtuale può sostituire.

Maggiore intensità delle emozioni: sono impulsivi tendono a non filtrare nulla, comunicano quello che vedono e sentono. Stare a contatto con un adolescente può essere una esperienza molto forte, impegnativa, ma anche molto piacevole se ben utilizzata (sono divertenti, vitali, vivaci). La comunicazione resistente va usata per tirare fuori l’aspetto vitale piuttosto che quello impulsivo. Il consiglio di Ragusa è di aiutarli a trasformare il sarcasmo in ironia, non mettere un tappo alla loro impulsività, ma cercare di orientarla. L’adolescente non si corregge, si orienta.

Esplorazione creativa: sono in una fase in cui ampliano la consapevolezza, attivano capacità di pensiero concettuale e ragionamento astratto e producono nuove idee.

Plasticità neuronale:bisogna ricordare che il cervello si modella sulla base delle esperienze per cui a volte può essere necessario “trascinarli” in alcune esperienze che riteniamo essere utili; non aspettarsi che siano consenzienti a tutto quello che va fatto. È utile dare delle indicazioni perché si organizzino in autonomia.

Scarsa consapevolezza del pericolo: la consapevolezza del pericolo in questa fase è la più bassa del corso della vita. Gli adolescenti non amano il pericolo o il rischio, non ne hanno consapevolezza. C’è una bassa capacità di organizzare l’esperienza e la loro percezione è molto soggettiva. Quasi sempre c’è discrepanza tra ciò che suppongono e la realtà dei fatti, ma le loro azioni si basano su ciò che suppongono. Tutta la disponibilità biologica, con le caratteristiche summenzionate, se non utilizzata bene, può diventare un rischio.

Il legame con i figli adolescenti è un legame fondato sulla separazione: “io conto su di te perché tu mi permetta di separarmi da te, di sviluppare la mia autonomia e di congedarmi dall’infanzia”.

In questo senso inevitabilmente cambia l’assetto affettivo della relazione, emerge l’importanza del padre, intesa come funzione, come codice affettivo che permette la separazione dalla relazione fusionale tipica del codice affettivo materno.

Un aspetto fondamentale di questo processo in questa fase è fissare e mantenere regole e rituali regolamentati:la paghetta, ad esempio, può essere un rituale importante che va nella direzione della separazione,che aiuta i figli nella graduale gestione autonoma delle “loro” spese (definendo prima bene cosa sta dentro le loro spese personali), altrimenti, in una situazione deregolamentata, si rischia di diventare genitori bancomat. Un altro aspetto che va regolamentato è il sonno: loro tendono a non percepire la stanchezza fisica, hanno molta energia, ma questo non vuol dire che per loro sia sano dormire 5 ore a notte, in questo, il ruolo dell’adulto è fondamentale per aiutarli a garantirsi la quantità di riposo di cui hanno realmente bisogno.

Per quanto attiene alle regole è naturale che i figli adolescenti facciano resistenza alle regole dei genitori, per cui in questa fase, spiega Ragusa, è possibile parlare di regole negoziate: dire loro cosa c’è da fare, ma lasciare che loro decidano, in uno spazio ragionevole di tempo, quando farlo, fornendo le informazioni di cui hanno bisogno per decidere (es. 1 portare fuori il cane se noi non ci siamo tutto il giorno: lui/lei non può decidere di non farlo ma può decidere quando farlo conoscendo “l’autonomia” del cane, aiutandolo a farlo in un tempo utile per il cane; es.2: farsi la doccia, sapendo che non può non farla, ma può decidere quando farla).

Le comunicazioni regolative, precisa poi Ragusa,sarebbe meglio lasciarle gestire al padre, in particolare quelle relative all’igiene personale. Questo perché per tutta l’infanzia la gestione del corpo del bambino è legata alla madre per cui nel suo percorso di separazione è più probabile che tenda ad ignorare le comunicazioni materne (o peggio a reagire bruscamente). Il ruolo della madre rimane comunque fondamentale ed in questa fase è cruciale per legittimare la funzione del padre: rimandare al padre (nel senso di “hai parlato con tuo padre? Cosa ne pensa? Aspettiamo di sentire cosa ne pensa tuo padre, ecc…).

Nella gestione della comunicazione con l’adolescente le domande sono molto importanti: non le domande indagatorie, ma quelle che gli “passano la palla”, che gli permettono di intervenire nelle decisioni. Questo funziona perché per l’adolescente è molto importante “mettere del suo” nelle cose che fa.

A volte può essere utile“prender tempo”, non come espediente per evitare la comunicazione, ma come dispositivo comunicativo che, come genitori, possiamo usare per organizzarci e risolvere il problema. Per prendere alcune decisioni o parlare di alcuni argomenti può essere necessario raccogliere informazioni o aspettare il momento adatto, evitare di prendere decisioni sotto stress.

Indicazioni generali nella comunicazione con gli adolescenti:

1) Non prenderli alla lettera: sono molto emotivi, tendono ad esagerare ed enfatizzare tutto (es. “siete i peggiori genitori del mondo!”, “non mi ascoltate mai!”). Loro vorrebbero un alleato, un complice, qualcuno che gli fa fare quello che vogliono, ma non hanno realmente bisogno di questo, per questo ci sono i coetanei: restare nel proprio ruolo.

2) Non mortificare con ordini, urla e sgridate: cercare di non esagerare con le reazioni emotive, nel caso in cui capiti (è normale, anche noi genitori possiamo avere reazioni esagerate, a volte) di dire qualcosa di esagerato o fuori posto, fare un passo indietro e cercare di riportare la comunicazione su “quello che serve in quel momento a lui/lei”.Ci serve una comunicazione conflittuale competente che non si focalizza sul colpevolizzare o mortificare, ma che punti ad evidenziare il problema. Questo vale anche per la coppia, spesso quando si litiga ci si attacca e ci si denigra, mentre la comunicazione conflittuale si fonda sul riconoscimento che “io e te abbiamo un problema e dobbiamo risolverlo”.

3) Accettare che non ci dicano tutto e non insistere nella comunicazione. Bisogna rinunciare al controllo e accontentarsi delle loro risposte senza insistere troppo (es. Come stai? Tutto bene. Ma come tutto bene, hai una faccia…). Utilizzare piuttosto la “tecnica del gatto”, aspettare che siano loro a rivolgersi a noi quando ne hanno necessità, come fanno i gatti che decidono loro, e solo loro, quando vogliono essere accarezzati. Restare ad osservarli ed aspettare che siano loro a fare il primo passo.

4) Usare le domande per capirsi ed uscire dal conflitto, in particolare le domande “maieutiche”, domande aperte e in grado di attivare sviluppi significativi (puoi spiegarmi cosa è successo?).

Ascoltarli senza commentare, senza giudicare.

5) Dare delle indicazioni comprensibili, operative, chiare (la colazione la facciamo tutti insieme, fa freddo per uscire senza giacca, si dorme senza display luminosi attivi, ecc... e non usare forme retoriche (“ti sembra il caso di uscire senza giacca?”,“quanto tempo è che non facciamo colazione insieme?”, “sei sempre davanti a questi cosi”, ecc…) che tendono ad irritarli.

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